Il grande caos del casellario centrale infortuni

Il grande caos del casellario centrale infortuni da Baraldi Group Italia S.r.L.

Da: Baraldi Group Italia S.r.L.  14/03/2011
Parole chiave: Assicurazioni, Diritto Civile, Infortunistica Stradale

 

Istituito nel 2000, il Casellario Centrale Infortuni è posto sotto la vigilanza del Ministero del lavoro e della previdenza sociale ed è stato realizzato per archiviare, conservare e comunicare agli utenti i dati relativi ai casi di infortunio professionale e non e di malattia professionale.

Una sorta di “archivio” informatico che può essere visionato dagli istituti che esercitano l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e gli enti di assicurazione contro i rischi di infortunio e quelle derivanti dalla circolazione degli automezzi.

Sostanzialmente, dunque, ogni persona che per vari motivi ha subìto danni a causa di incidenti di diversa natura, viene inserita in questa sorta di data base dove si distinguono le singole patologie e le valutazioni, in termini di punteggio, relativamente alle problematiche espressamente specificate.

“Questo, in effetti,  è ciò che dovrebbe essere indicato, ma purtroppo il casellario si concretizza invece  in un grande minestrone di informazioni e valutazioni errate, tutte raccolte in una procedura inaffidabile che viola la privacy”. Polemizza senza riserve il dott. Cesare Baraldi, titolare dello studio di infortunistica stradale “Baraldi Group”,  membro dell’Aneis (Associazione Nazionale Esperti in Infortunistica Stradale) e presidente del “Tribunale del danneggiato”, analizzando la struttura dell’archivio telematico ed evidenziando le falle di tale strumento.

“Se si osserva la posizione di ogni persona schedata, salta  subito all’occhio che le lesioni vengono indicate in modo generale – spiega Baraldi – e senza un minimo di analiticità nella valutazione. Un esempio molto banale:  si parla di frattura  al piede a cui corrisponde un dato punteggio,  però si sa bene che le fratture al piede (come del resto anche per quelle che riguardano ogni altra parte del corpo) possono essere di vario genere e gravità, con conseguenze postume assai diverse tra loro. Se poi la lesione concerne varie parti del corpo, queste sono intese  tutte assieme, senza considerare che ogni danno ha una storia e un percorso a sé, sia in termini causali, sia sotto il profilo diagnostico e di guarigione o aggravamento.

E’ evidente, dunque, che mancando una classificazione dettagliata  delle lesioni presenti, il quadro generale di ogni singola posizione non rispecchia per nulla il personale storico clinico – fisico. E’ un meccanismo che non esito a definire “diabolico” – prosegue – perché in questo modo si finisce per creare un’errata realtà parallela ad uso e consumo delle compagnie assicurative le quali, prendendo come “riferimento ufficiale” per le loro valutazioni le inesatte informazioni riportate nel casellario, si appellano a precedenti ridicoli e imprecisi di valutazione per poter risarcire il meno possibile a scapito del danneggiato.

Andando in profondità nella questione – prosegue Baraldi – c’è poi da sottolineare che per ogni percentuale di danno sarebbe logico indicare quanto viene effettivamente liquidato e non il punteggio indicato nella perizia medico legale, perché se successivamente si dovessero condurre dei raffronti in base a un susseguirsi di sinistri, è chiaro che i liquidatori cercheranno  di richiamarsi al valore più basso di invalidità permanente, e quindi più favorevole alle assicurazioni.

Un altro esempio di grande confusione si coglie quando si tratta di polizza infortuni. Non  c’è infatti mai scritto a quale tabella il punteggio faccia riferimento: quella ANIA o quella INAIL? Il quesito non è così banale se si considera che per la stessa lesione i valori delle tabelle richiamate sono assolutamente differenti. Altra assurdità evidente – prosegue – è che nel caso di invalidità permanente è prevista la voce di danno biologico; strano che se ci si trova di fronte ad una polizza infortuni non dovrebbe essere ricompreso il danno biologico, eppure questa voce spesso compare nel casellario come per magia. Chi è mai il mago che ha dato vita a questo spettacolo?

C’è poi il rischio che si creino dei veri e propri “cartelli”. Mi spiego: qualora un danneggiato avesse polizze infortuni, pure personali, e fosse già stato liquidato con riferimento ad una tabella ad esempio Ania, l’ispettore che andasse ad analizzare il casellario, anche laddove si trattasse di un danno molto elevato, in ogni caso andrebbe a fare esclusivo riferimento al danno già liquidato e di valore sicuramente inferiore rispetto a quello attuale in oggetto. Mi pare evidente che, parallelamente ai cartelli in ambito commerciale, si possono individuare anche dei cartelli che si richiamano alle assicurazioni, in fondo si sta sempre e comunque ragionando su questioni economiche!

Ma v’è di più, perché uno dei motivi di tale grave caos è attribuibile al fatto che i dati del casellario centrale infortuni e il loro aggiornamento vengono costantemente gestiti dai liquidatori – incalza Baraldi – quando è logico che, proprio per la particolare e scientifica natura  delle informazioni, il compito dovrebbe essere di esclusiva competenza del personale medico. La cosa più inquietante, poi, è che tutti, liquidatori, periti, assicuratori, hanno la possibilità di visionare il casellario nella sua completezza, valutando nel dettaglio ogni singola posizione, mentre tale accesso è completamente precluso proprio al diretto interessato, ossia la persona che ha subito la lesione. Si tratta di una manifesta violazione della privacy e un sopruso vero e proprio poiché il danneggiato si trova a prendere atto della sua posizione solo a “giochi fatti”, cioè quando le compagnie assicurative hanno avuto tutto il tempo di valutare nel dettaglio la singola posizione, intraprendendo la strategia a loro più favorevole e arrivando a respingere la richiesta di risarcimento o comunque proponendo una soluzione non adeguata rispetto ai danni subìti. La parte lesa, tra l’altro, non dovrebbe solo avere libero accesso nell’analisi della sua posizione, ma dovrebbe anche poter conoscere quante volte la sua scheda personale è stata “cliccata” e da chi.

La conseguenza di tutto ciò? Un inasprimento dei contenziosi – continua – perché trovandosi il leso nella completa ignoranza della sua schedatura, potrà solamente fare ricorso alla sede giudiziaria, anche senza convenienza economico – processuale,  al fine di ottenere le informazioni utili e sperare di riuscire a tutelare i propri diritti, alla faccia delle riforme e dei programmi studiati per favorire formule pacifiche e risolutive.

Tutti questi motivi fanno ritenere che la struttura del casellario dovrebbe essere rivista integralmente anche considerando che un eventuale miglioramento delle condizioni fisiche di una persona danneggiata, tra un periodo di tempo e l’altro e tra un eventuale danno e un altro, spesso sono il risultato ultimo di una serie di terapie e cure specialistiche che sono state affrontate privatamente dal soggetto e che nessuna compagnia assicurativa ne ha mai sostenuto il costo. Perché questi concetti elementari non vengono minimamente considerati?

Eppure non è un’ipotesi così ridicola se si considera che questo tipo di “revisione periodica” sulle condizioni dei soggetti viene condotto annualmente dall’INAIL sui propri infortunati. Semplice comprendere che l’istituto nazionale, non dovendo gravare sulle casse dello stato, ha pieno interesse a verificare se ci sono dei miglioramenti sulle persone lese per ridurre progressivamente i punti di inabilità e di conseguenza il quantum economico. Provocatoriamente mi domando perché le assicurazioni non seguano la stessa procedura; in fondo si tratta di aggiornare anche in questo caso lo stato di salute dei danneggiati alla luce di un percorso riabilitativo affrontato finanziariamente dal soggetto privato! Interessi monetari fanno da padrone.

Ancora una volta un esempio chiarisce l’idea. Al termine di una lunga terapia di fisiokinesi e una cura riabilitativa, sostenute economicamente in maniera esclusiva dal soggetto leso, è pacifico (oltre che auspicabile) che si raggiunga un miglioramento fisico. Laddove successivamente intervenisse un nuovo danno, sullo stesso arto o parte già offesi, è logico che il grado di lesione fisica inizialmente considerata risulterebbe essere inevitabilmente inferiore proprio perché si partirebbe da quella base di miglioramento ottenuto grazie a sacrifici fisici ed economici affrontati personalmente dal danneggiato. Paradossalmente, però, l’assicurazione si troverebbe nella completa facoltà di non dover riconoscere il giusto risarcimento dovuto, facendo invece gravare sulle tasche del danneggiato i costi non solo della malattia iniziale, ma anche quello del suo miglioramento e della lesione postuma. Una vera beffa alla faccia della tutela della salute! Tutto ciò perché? Per un motivo molto banale:  la persona lesionata non ha avuto la “malizia” (è il caso di dirlo) di sottoporsi ad una visita medico – legale immediatamente successiva al conclamato miglioramento verificatosi dopo il ciclo terapico e le cure affrontate privatamente, così da confermare il quadro clinico. Per questo io consiglio sempre di condurre un  accertamento di tale genere che seppure può risultare superfluo, in realtà diventa uno strumento importantissimo per evitare di dover subire i successivi soprusi da parte delle Assicurazioni.

E’ indispensabile allora intervenire immediatamente per apporre le necessarie modifiche al sistema di protocollazione, gestione, accesso e aggiornamento del casellario tramite un tavolo di concertazione tra le parti in occasione del quale si possano individuare gli strumenti migliori. In quel contesto dovrebbero essere coinvolti anche il Garante per la Privacy e i rappresentanti del Codacons dal momento che è solo attraverso l’intervento di tutti i soggetti che si può arrivare alla definizione di tale follia e operare in maniera decisiva per eliminare quei meccanismi e quei gangli posti al limite della legalità che, di fatto, deprimono e puniscono chi invece dovrebbe essere tutelato”.

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